lunedì 2 maggio 2011
Spingendo la notte più in là. Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo - Mario Calabresi
E’ un libro doloroso questo di Mario Calabresi, il giornalista di Repubblica che, all’età di 37 anni, ha deciso di tornare ai tempi bui della tragedia di suo padre, il commissario Luigi Calabresi ucciso a Milano nel maggio del ‘72.
E’ una lettura interessante. Ho apprezzato molto il tentativo piuttosto riuscito di rimanere imparziale nel giudicare i fatti, cosa che denota una cultura ed una intelligenza poco comune. Il libro inoltre, sempre con toni pacati, denuncia lo stato per aver dimeticato troppo in fretta le vittime del terrorismo. Lo consiglio.
Trama Spingendo la notte più in là. Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo
È la mattina del 17 maggio 1972, e la pistola puntata alle spalle del commissario Luigi Calabresi cambierà per sempre la storia italiana. Di lì a poco il nostro paese scivolerà in uno dei suoi periodi più bui, i cosiddetti “anni di piombo”, “la notte della Repubblica”. Quei due colpi di pistola però non cambiarono solo il corso degli eventi pubblici, ma sconvolsero radicalmente la vita di molti innocenti. La storia dell’omicidio Calabresi è anche la storia di chi è rimasto dopo la morte di un commissario che era anche un marito e un padre. E di tutti quelli che hanno continuato a vivere dopo aver perso la persona amata durante la violenta stagione del terrorismo. Mario Calabresi, oggi giornalista di “Repubblica”, racconta la storia e le storie di quanti sono rimasti fuori dalla memoria degli anni di piombo, l’esistenza delle “altre” vittime del terrorismo, dei figli e delle mogli di chi è morto: c’è chi non ha avuto più la forza di ripartire, di sopportare la disattenzione pubblica, l’oblio collettivo; e c’è chi non ha mai smesso di lottare perché fosse rispettata la memoria e per non farsi inghiottire dai rimorsi. La storia della sua famiglia si intreccia così con quella di tanti altri (la figlia di Antonio Custra, di Luigi Marangoni o il figlio di Emilio Alessandrini) costretti all’improvviso ad affrontare, soli, una catastrofe privata, che deve appartenere a tutti noi.
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